
Pensieri, storie e incontri lungo il cammino.
Il mio angolo di mondo.
Ci sono cose che non riesco a raccontare in un post sui social.
Pensieri, storie, incontri, errori, intuizioni e lezioni che, lungo il cammino, mi hanno lasciato qualcosa.
Questo è il posto dove le raccolgo. Un luogo dove fermarsi un momento, davanti a un caffè, e parlare di vita, persone, lavoro e di tutto ciò che ci aiuta a diventare un po’ più noi stessi.
Sono le 6.30 di sabato mattina.
Il caffè macchiato fuma davanti a me, come ogni sabato.
La città non ha ancora cominciato a chiedermi niente.
Questo è uno dei pochi momenti della settimana in cui mi concedo un lusso: non dover essere nulla.
Non devo essere quello che sa cosa fare.
Quello che ha sempre una risposta pronta. Quello che deve risolvere i problemi degli altri.
Quello forte.
Qui, tra il vapore del caffè e la luce che sale piano dalla finestra, posso semplicemente essere Salvatore.
Con le mie contraddizioni.
Le mie paure.
Le cose che ancora non ho capito.
Ed è forse questo il senso di questi Appunti davanti a un caffè.
Non voglio insegnarti qualcosa ogni lunedì.
Voglio condividere con te un pezzo di me.
Uno di quelli che, di solito, teniamo nascosti in fondo a un cassetto.
Stamattina voglio raccontarti la storia di un ragazzo.
Aveva sedici anni.
Era seduto sui gradini di un palazzo, lungo la strada principale del suo paese.
Un paese di circa seimila abitanti.
Era una domenica mattina, una di quelle in cui sembra che il tempo scorra più lentamente. Non stava succedendo niente.
Ed era proprio questo che gli faceva più paura.
Guardava quella strada e un pensiero gli si era piantato dentro, come una scheggia: "Se resto qui, a quarant'anni mi volterò indietro e scoprirò che la mia vita è passata senza che io abbia avuto il coraggio di viverla a modo mio."

Non sapeva ancora esattamente cosa volesse dalla vita.
Sapeva, però, con certezza cosa non voleva.
Non voleva una vita già scritta da qualcun altro.
Non voleva accontentarsi.
Non voleva diventare uno di quelli che, una sera, guardandosi indietro, si sarebbero detti: "Eh, avrei voluto..."
Quel ragazzo aveva paura del rimpianto. E quella paura era diventata più forte della paura di partire.
Era siciliano.
E con la Sicilia aveva un rapporto strano, di quelli che non riesci a racchiudere in una parola sola.
Amore e odio. Insieme.
Perché c'erano cose che gli entravano sotto la pelle.
La festa del patrono, San Giuseppe, l'ultima domenica di agosto.
La tradizione. Le voci della gente. Quelle emozioni che non sapeva spiegare, ma che sentiva eccome.
Poi calava la sera. E sul palco salivano artisti che arrivavano da Roma, da Milano, da chissà dove.
Lui li guardava dal basso, in mezzo alla folla, e pensava che la vita potesse essere un'altra cosa. Più grande. Più libera. Più vicina a quella che immaginava per sé.

E in questa foto non potevano mancare i miei genitori e mia sorella.


E poi c'era Novella 2000.
Sì, proprio quella. Non esattamente il simbolo della cultura italiana.
Ma per quel ragazzo era una finestra spalancata su un altro mondo. Tra quelle pagine vedeva persone che vivevano una vita che, ai suoi occhi, sembrava completamente diversa dalla sua.
Non contava tanto quello che facevano. Contava ciò che rappresentavano. Possibilità. Movimento. Libertà.
Una vita senza quei confini che lui sentiva stringersi intorno.
E poi c'era Fregene.
Una spiaggia. Per molti, semplicemente una spiaggia.
Per lui era diventata quasi una promessa. La promessa che, oltre quel paese, ci fosse qualcosa. Che la vita potesse essere diversa. Così iniziò a prepararsi per andare via.
A diciassette anni partecipò al concorso dell'Aeronautica Militare. Roma fu il primo incontro.
Il primo sguardo da lontano a quella che, molti anni dopo, sarebbe diventata casa.












Non lo presero. Ma qualcosa era ormai successo.
Aveva visto Roma. E Roma gli era rimasta dentro.
Due anni dopo ci tornò con un amico. Tre soli giorni.
Il giorno del suo compleanno, il 12 novembre.
Una pensione nel quartiere Prati.
E qui la vita si diverte a scrivere quelle coincidenze che, in un romanzo, sembrerebbero inventate. Perché a poche decine di metri da quella pensione, vent'anni dopo, sarebbe nata sua figlia.
Ma lui, allora, non poteva saperlo.
In quei tre giorni conobbe una ragazza, grazie a un annuncio su un giornale per universitari. Lui, tra l'altro, all'università non c'era mai stato. Tre mesi dopo quella ragazza sarebbe diventata la sua fidanzata.
E fu lei a dargli quella spinta che ancora gli mancava.
Un giorno disse a sua madre: "Tra una settimana mi trasferisco a Roma." Lei pensò che stesse scherzando. Lui no.
Quando decideva una cosa, non scherzava. Mai.
Nemmeno oggi.
Il 28 febbraio 1995 prese la sua decisione.
E partì.
Da allora sono passati più di trent'anni.
Quel ragazzo è diventato un uomo.
Ha vissuto.
Ha lavorato.
Ha amato.
È diventato padre.
Ha perso persone che avrebbe voluto avere ancora accanto. I suoi genitori. Sua sorella.
Ha attraversato momenti che non augurerebbe a nessuno.
E poi ha ricominciato.
Da zero.
O forse anche da meno.
Forse è anche per questo che, con il tempo, la Sicilia è diventata ancora più difficile da guardare in faccia.
Perché alcuni luoghi non sono soltanto luoghi.
Sono persone. Sono voci.
Sono tavole apparecchiate.
Sono estati.
Sono sapori.
Sono ricordi che, all'improvviso, tornano a galla.
E quando quelle persone non ci sono più, tornare significa anche incontrare la loro assenza.
Così quell'uomo si fece una promessa: in Sicilia non sarebbe più tornato.
Salvo due eccezioni.
Se un giorno sua figlia avesse voluto vedere dove era nata e cresciuta la persona che suo padre era stato.
Oppure se la donna che avrebbe amato avesse voluto conoscere quel posto.
Due sole possibilità.
Nient'altro.
Poi è successo qualcosa che quell'uomo non aveva previsto.
Ha conosciuto una donna. Per caso. Su LinkedIn.
Una donna siciliana.
Dopo mesi di qualche commento, di qualche scambio, un giorno ha letto un suo post e ha percepito qualcosa di diverso. Un'energia più bassa.
Una nota stonata sotto la superficie. Non sapeva nemmeno lui perché, ma ha seguito quell'impulso.
L'ha chiamata. Voleva semplicemente dirle quello che aveva percepito.
Lei è rimasta sorpresa da quella sensibilità.
E gli ha confermato tutto. Parola per parola.
Quella telefonata, iniziata un sabato alle 12, si è trasformata in una conversazione durata un'ora e mezza. E non è stata l'unica.
E qui, se permettete, la vita mostra ancora una volta il suo senso dell'umorismo.
Perché l'uomo che per una vita intera aveva cercato di prendere le distanze dalla Sicilia si è ritrovato affascinato proprio da ciò che quella Sicilia gli stava rimettendo davanti.
La voce. Il suo accento.
Quel modo garbato di parlare.
La dolcezza.
La sensibilità.
Il modo di stare con le persone.
E poi una cosa che quell'uomo ammira profondamente: una donna che vive in Sicilia, ma non ha paura di portare la propria professionalità fuori dalla propria terra.
In Italia. E anche oltre. Una donna che non si è lasciata mettere dei confini.
Forse è proprio questo che lo colpisce di più.
Perché in lei rivede qualcosa di quel ragazzo seduto sui gradini trent'anni prima.
Quello che guardava oltre.
Quello che voleva capire cosa ci fosse dall'altra parte.
Quello che non si rassegnava all'idea che la propria vita dovesse essere semplicemente quella che aveva davanti agli occhi.
Solo che oggi lui è dall'altra parte. E quella terra che aveva deciso di lasciarsi alle spalle è tornata nella sua vita attraverso una persona.
Gli ha fatto uno strano effetto.
Perché quella persona ha riacceso qualcosa.
Qualcosa che pensava fosse rimasto molto più indietro nel tempo.
La voglia di condividere. La voglia di avere qualcuno accanto.
La voglia di famiglia. Quella famiglia che, forse, nella sua vita ha avuto soltanto a sprazzi.
La sensazione di poter essere completamente se stesso davanti a qualcuno.
Senza dover dimostrare nulla.
Senza dover essere forte.
Ed è anche per questo che ha cominciato a scrivere.
Lettere.
A mano.
Prende un foglio.
Una penna.
E scrive.
Poi le spedisce via email.

Sì, è una cosa un po' strana.
Nel 2026 puoi mandare un WhatsApp in tre secondi. Un vocale. Un'emoji. Un semplice "come stai?".
Lui, invece, prende una penna.
Perché alcune cose hanno bisogno di tempo.
Hanno bisogno di essere pensate.
Hanno bisogno di essere sentite.
Scritte.
Rilette.
A volte cancellate.
E poi riscritte.
Perché quando scrivi a mano non puoi nasconderti dietro la velocità.
Sei lì. Con quello che senti.
Con le tue parole.
Con la tua fragilità.
E proprio mentre scrive quelle lettere, quell'uomo si accorge di una cosa.
Che non sta parlando soltanto di lei.
Sta parlando di sé.
Della parte di sé che per anni ha nascosto dietro la sicurezza.
Dietro la voglia di farcela.
Dietro qualche atteggiamento duro.
Dietro la convinzione che, in un modo o nell'altro, sarebbe sempre riuscito a cavarsela da solo.
E oggi scopre che essere forti non significa necessariamente non avere bisogno di nessuno.
Forse significa anche avere il coraggio di dire: "Questa cosa mi fa paura."
"Questa persona mi manca."
"Questa cosa mi emoziona."
"Questa parte della mia vita vorrei condividerla."
Non sa dove porterà tutto questo.
E, per una volta, non ha bisogno di saperlo.
Forse è proprio questa la cosa che lo sorprende di più.
Quel ragazzo di sedici anni era scappato dalla Sicilia per paura di arrivare a quarant'anni senza aver vissuto.
Oggi, a distanza di tanto tempo, la paura è ancora la stessa.
Ma ha cambiato volto.
Non è più la paura di rimanere fermo.
È la paura di diventare così bravo a proteggersi da non permettersi più di vivere quello che sente.
E allora forse quella Sicilia che per anni ha cercato di evitare non è tornata per caso.
Forse non è nemmeno la Sicilia il punto.
Forse il punto è che alcune persone entrano nella nostra vita e, senza volerlo, aprono una porta.
Una porta che avevamo chiuso tanti anni prima.
E all'improvviso ci ritroviamo davanti a qualcosa che avevamo smesso di guardare.
Una parte di noi.
Un desiderio.
Una paura.
Un bisogno.
Un sogno.
O, semplicemente, la voglia di sentirci a casa accanto a qualcuno.
E forse è proprio questo che significa essere umani.
Non avere tutto sotto controllo.
Non avere sempre una risposta.
Non essere sempre il supereroe della situazione.
Ma avere il coraggio di dire: "Questa cosa mi sta succedendo."
E ascoltarla.
Senza doverle per forza dare un nome.
Forse ti starai chiedendo perché ti ho raccontato tutto questo in una newsletter che, negli anni, ho usato anche per parlare di lavoro, clienti, vendite e business.
Perché più passa il tempo, più mi convinco di una cosa.
Anche nel business facciamo affari con le persone.
Non con aziende astratte. Non con loghi. Non con fatturati.
Con persone.
Persone che hanno paura.
Che hanno desideri.
Che hanno una storia.
Che hanno bisogno di fidarsi.
Ed è per questo che continuo a credere che la parte umana non debba essere lasciata fuori dalla porta quando entriamo nel business.
È una delle cose che ci permette di costruire relazioni vere.
Anche commerciali.
Perché prima di essere clienti, siamo persone.
E prima ancora di essere venditori, consulenti o imprenditori... siamo esseri umani.
Forse dovremmo ricordarcelo un po' più spesso.
Buon caffè.
Salvatore

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Salvatore Castro -